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La relazione terapeutica nei DCA

1.    Corpo e mente non comunicano tra loro

 

Ad ogni primo incontro con una persona sofferente di anoressia restrittiva, mi viene in mente “L’urlo” di Munch. Eppure di solito la ragazza che ho di fronte mostra un atteggiamento duro e deciso, appena stemperato da un sorriso educato, di chi è sicuro del fatto suo, nonostante le pressioni contrarie dell’ambiente circostante. Il corpo deprivato, composto e rigido mi comunica rabbia, angoscia e disperazione, mentre le parole ostentano sicurezza e la chiara intenzione di voler tenere le distanze dalle emozioni e nella relazione. A volte l’atteggiamento è apertamente oppositivo e rivendicativo e non prelude ad un reale desiderio di cambiamento, piuttosto sottolinea il fermo proposito di non cambiare.

Mi sento sempre un po’ combattuta al primo incontro tra il desiderio di tirarmi indietro e quello di accogliere. L’aggressività che trapela dal corpo e dall’atteggiamento di queste pazienti  mi spaventa, ma mi sono abituata a contenere le mie paure (sono pazienti di solito difficili, che mettono a dura prova, interrompono facilmente il trattamento), senza negarle, nella speranza di essere un po’ d’aiuto.

Ma a cosa prestare ascolto? All’angoscia trasmessa dal corpo o alla determinazione ostentata a parole?  L’esperienza interna di queste pazienti è scissa. Ho imparato ad accoglierle , con il loro corpo sofferente da un lato e il loro rifiuto di cambiare dall’altro. E confido nella mia pazienza. Come Ferenczi insegna l’analista deve avere pazienza, deve sapere aspettare.

Nella persona affetta da anoressia restrittiva è più evidente la mancata integrazione tra il corpo e la mente, che caratterizza in modo più o meno marcato anche le altre forme di DCA, i disturbi psicosomatici e quelli dissociativi.

Lavorando con pazienti che soffrono per anoressia o bulimia, è frequente osservare la scissione tra la mente e il corpo: la mente è super nutrita, il corpo tenuto a stecchetto o ingozzato senza amore. Il lavoro intellettuale è esaltato e idealizzato, anche se la sicurezza mostrata in questo ambito è animata più dal dovere e dal perfezionismo che dal piacere. Il corpo è disprezzato, punito, mortificato, ferito.

Corpo e mente appaiono come “slegati” che, similmente ai “separati in casa”, a forza di non comunicare, mente e corpo sviluppano disinteresse, diffidenza e ostilità reciproca.

I pensieri ossessivi legati al corpo sono tutti rivolti a qualità ed esigenze concrete: aspetto fisico, peso, fame, calorie, cibo, movimento, prendere dentro e buttar fuori ecc. Se si parla di emozioni o sono negate o sono razionalizzate. Se espresse sono “vomitate” senza mai dar luogo a vera introspezione.

Mantenere la dissociazione richiede una grande quantità di energie. Fino a quando il corpo ce la fa, l’angoscia viene tenuta a bada dalla dedizione allo studio e da risultati scolastici eccellenti. Qualsiasi richiamo alla ragione o alla volontà, rispetto al proposito di digiunare o di abbuffarsi, è destinato a cadere nel vuoto oppure provoca reazioni di rabbia, sospetto e rancore. Queste pazienti sono sincere quando affermano di vedersi grasse, sformate o gonfie da scoppiare. Sono sincere quando temono le conseguenze che possono derivare da atti semplici, che a noi appaiono banali, ma che per loro sono drammatiche: per loro mangiare solo un boccone in più è come se davvero rischiassero di morire.

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