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Letizia Rotolo: il bar nel deserto il trattamento con adolescenti difficili. S.Bolognini

Proprio nel trattamento di adolescenti “difficili”, all’autore “è venuta in mente molte volte l’atmosfera di certi bar che si vedono nei film “on the road” degli anni ’70: quando i protagonisti ( perlopiù giovani “alternativi”, in moto o con vecchie automobili, in una dimensione senza tempo) attraversano sterminati deserti nord-americani, e nei posti veramente più impensabili trovano una baracca di legno, che è un bar, dove capita chi capita.
Sono degli imprevisti punti di riferimento, dove di solito c’è un barista che ha la caratteristica –sul piano psicologico- di mostrare di non meravigliarsi di niente: è “uno che sta lì”, che vede passare i personaggi più diversi, e che non si scompone più di tanto quando le persone che entrano nel locale gli scaricano sul bancone le più strane porzioni di umanità.
Questo tipo di barista ha la porta sempre aperta, e spesso gli capita che i personaggi del film ripassino più volte per di lì.
Si alternano situazioni di vario genere: incontri, risse, atmosfere persecutorie, qualcuno che è inseguito, che è ricercato o che è a sua volta alla ricerca di qualcuno, e così via; ma il barista rimane un punto fermo, tiene aperto il suo chiosco nel deserto, ed è riservato ma disponibile.
L’adolescente può avere bisogno di questo tipo di interlocutore perché molto spesso non regge il peso delle situazioni transferali troppo forti e conflittuali che egli stesso ha contribuito a creare e che non è ancora in grado di contenere, né di elaborare o di comunicare a qualcuno che sia per lui troppo noto o vicino: in quei momenti può preferire uno sconosciuto, che si presenti come attento e partecipe con discrezione, ma che sappia anche proporsi – almeno per un certo tempo- come un oggetto “di passaggio”, dimenticabile, capace di tollerare senza troppe pretese la ferita narcisistica che un tale ruolo precario può comportare.
Qualcuno che dia la sensazione di poter essere lasciato indietro e casomai ritrovato in seguito, se occorre; qualcuno che non si ponga come protagonista della scena, anche se in realtà può talvolta fornire cibo e acqua a chi ne ha bisogno: ma sempre senza far cadere dall’alto tutto ciò.
Il barista, infatti, è una figura narcisisticamente inoffensiva.
Il barista è una figura intermedia tra il pieno e riconoscibile oggetto genitoriale, coinvolto in larga misura in una collocazione topica super-egoica, e un oggetto narcisistico gemellare, un “altro se stesso”.
Quest’ultima dimensione è quella che i ragazzi trovano nei “Mc Donalds”.
Il “Mc Donalds” è un oggetto che nega la separazione e la dipendenza: non lo si perde e non lo si rimpiange, perché c’è dappertutto, e dappertutto è uguale.
Esso realizza la fantasia di “ristorazione narcisistica” con un cibo uniformato, prodotto a catena e senza storia, fornito da altri “se stessi” gemellari vestiti tutti uguali, con una uniforme vivacemente colorata che deve segnalare spensieratezza, allegria e assenza di legami famigliari (il “cosmopolitismo” garantito dai nomi dei panini in inglese).
Nel fast food si configura l’alternativa ipomaniacale – in qualche misura fisiologica e necessaria in adolescenza- di poter fare a meno di mamme, nonne e zie: figure che ritroviamo invece rappresentate da equivalenti nel più differenziato, anche se dimesso, personale delle mense scolastiche o aziendali.
I ragazzi hanno la sensazione, attraverso un rispecchiamento con i giovani addetti “uniformati” del fast-food, di essersi impossessati della cucina e di gestirsi da soli proprio nell’area di massima dipendenza originaria dall’oggetto, che è quella nutritiva.
Il barista del bar nel deserto è una figura diversa, potenzialmente e alternatamene ora “altro da sé”, ora “altro se stesso

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